27 ottobre 2008
Roma continua
Sono a Roma e mi trascino, risolvo problemi e me ne creo di nuovi, vado dal medico legale che senza avermi mai vista mi confida che è affetto da sclerosi multipla e io resto ad ascoltare lo spettacolo umano che mi si offre davanti. Strano. Strano sentirsi ospite della città che mi ha dato i natali. Ma bello il sole, bella Roma comunque, nella sua monumentale disorganizzazione ed eterno caos. Si gira fra volti e sorrisi, si rincontrano persone. Una di queste è colui che mi ha dato strumenti ed ispirazione per scrivere questo blog. E fra i tanti sguardi sono davvero contenta di aver avuto la possibilità di incrociare dopo tanto tempo il suo. Grazie.
22 ottobre 2008
A piazza delle cinque scole c'è un frammento della mia vita in secolari tradizioni giudaico-romane
Ho comprato anche "Il lamento di Portnoy" di Roth, ma non per me, era un regalo.
Carichi di cotante buone intenzioni letterarie abbiamo fatto due passi per il ghetto e preso un caffè al portico di Ottavia. La nota dolce del giorno è stata suonata alla nostra pasticceria preferita, quella all'angolo che fa solo dolci tradizionali giudaico-romani. Mi mancavano le chiacchiere che sanno di caffè, mie e di papà, i racconti dei viaggi e le fantasie concrete di progetti futuri. A Roma fa caldo, sembra che dal calendario il mese di settembre non sia mai stato strappato via. Rimane questa illusione di vivere in un periodo che già è passato, un secondo appello che mi concede clemente la mia città. Forse non tutto è perduto, uno spiraglio lo si trova sempre. Il difficile è riuscire a vederlo senza inganni ne illusioni. Resta il sapore del caffè e una discreta pila di emozioni da sfogliare. Restano la fontana delle Tartarughe, la sua bellezza e i fiumi di parole mie e di mio padre.
20 ottobre 2008
Del perché la narrativa si è esaurita e altre alterazioni mentali
Sabato si torna a Roma. Devo riprendere argomenti lasciati in sospeso, fare una tipologia e incontrare amici e qualche conoscente. Due settimane passate ad Heidelberg e due settimane di una delle tante vite parallele in cui si scompone il mio io. Roma è la città delle persone che conosco bene, che mi hanno vista crescere e invecchiare, Heidelberg quella delle conoscenze che, cito la mia coinquilina Heidelbergense Catia “ti fanno un buco nel cervello e poi se ne vanno o te ne vai tu”. È strano come qui si stringano dei rapporti strettissimi in poco tempo che incidono, anche profondamente, nella tua vita, ma solo per il tempo di non sentirsi soli.
Si passano in fretta tutti gli stadi dell’amicizia e ci si ritrova a raccontare di se stessi a persone mai viste fino a un mese prima. Tutto questo genera confusione. La confusione di chi non riesce a capire quale sia la vera vita e quale invece il suo ricordo o la sua illusione. Poi c’è la vita solitaria. Quei mesi che passo da sola in giro per i Balcani a fare qualcosa per cui ora non mi sento assolutamente motivata. Se va bene poi ci sarà la vita di Parigi, e chissà quante altre ancora. Ad Heidelberg mi trovo nel fast-food dei rapporti umani. In una casa degli specchi dove la mia immagine è replicata infinite volte.
(pubblicato solo oggi ma scritto durante gli ultimi due giorni di permanenza ad Heidelberg)
