27 febbraio 2011
Inutile domenica sera
Che noia questa domenica sera. Non mi va di leggere ed è troppo presto per dormire. Sorseggio del marsala del 1999 e cerco ricette su internet che tanto non avrò il tempo di cucinare.
Sto tentando una ardita impresa, con poche e consapevoli possibilità di riuscita. Mi spremo di fatica come un succoso cedro del Libano, confidando che la spessa scorza mi possa proteggere dalla probabile disfatta. Mi sono rimessa l'elmo in testa, ho scosso il cimiero e ho dato fiato al corno. Cerco di caricare a testa bassa con maniacale costanza, sbattendo sempre sullo stesso punto. L'armatura tintinna e si deforma in una smorfia dolorosa ogni volta che cozzo contro le mura. Ultimamente il dolore è diventato un sordo velo che annebbia lo sguardo. E gli occhi bruciano per le gocce di sudore miste a polvere che le sopracciglia non riescono a trattenere.
Lucida serenità: più di questo non posso fare, non è nelle mie umane capacità, e se perderò non avrò frustrazione alcuna perché sto cercando di andare oltre i miei limiti.
Domenica inutile, domenica noiosa. Domenica fatta di pensieri che sono sfuggiti al mio controllo. L'istinto è la cosa più difficile da tenere a bada, e ho paura che prima o poi prenderà inevitabilmente il sopravvento. Mi illudo che la consapevolezza di essere vittima di questo ineluttabile destino autocreato renda le mie inconsce decisioni il meno dolorose e frustranti possibile.
Mi illudo.
Spesso ho attribuito alcune mie decisioni alla paura. Adesso mi sto rassegnando all'evidenza. Mi sembra abbastanza palese che non era solo per paura. Era soprattutto per vocazione.
E questo si, è davvero spaventoso.
Stupida domenica, domenica noiosa, quello che mi fa più paura porta il mio nome.
19 settembre 2010
Verdi intenzioni e sonnolenza domenicale.
Era venerdì di Bajram, era ora di pranzo. Si avvicinò con circospezione alla tavola apparecchiata in fretta e furia. Erano quasi tutti seduti.
-Che c'e da mangiare?
Con la mano sinistra sollevò lo strofinaccio appoggiato sulla teglia.
Carne di maiale!
-Ma proprio oggi che e' Bajram? La carne di maiale?
-E pare proprio che se ne sia dimenticata, che oggi e' Bajram!
Si misero seduti di malavoglia e mangiarono il maiale preparato dalla cuoca ortodossa. Musulmani, atei e cattolici uniti dall'odio per quel viscido olio di semi di girasole con cui la cuoca irrorava senza pudore qualsiasi tipo di cibo che avesse la sfortuna di essere preparato nella sua cucina.
-Dove andrai adesso?
-Torno in Germania.
-Sei felice li?
-Si e no. Mi piace la Germania ma vorrei andare via da Heidelberg e lo farò il prima possibile. Passami l'insalata. E il pane. Dicevo...si vado via, vorrei mettermi in viaggio.
-Viaggio o trasloco. C'è una bella differenza.
-L'uno e l'altro. Non so quale dei due prima, probabilmente il viaggio. Non mi tiene nulla. Sono sola e non devo rendere conto a nessuno di niente. Che me ne faccio di tutta questa libertà? Sarebbe uno spreco, un calcio in faccia alla vita non usarla bene.
-Passami il maiale va'... e anche questo Bajram ce lo siamo tolti dalle scatole!
-Certo che lo potevate dire alla cuoca. Magari darle una ricetta...
-Tanto avrebbe fatto schifo lo stesso.
Prese il pane e lo tuffò nella teglia. La superficie lustra dell'olio che ricopriva interamente il liquido giallognolo in cui la carne era immersa tremò mentre il pane la rompeva raggiungendo il fondo della teglia. Il pane finì nella bocca di Genci e la superficie tornò uniformemente calma.
-Dove?
-Cosa?
-Dove vai?
Il sole delle 13.30 era ancora caldo. Fra una manciata di giorni il lusso di mangiare e vivere all'aperto sarebbe diventato il solito doloroso rimpianto invernale di una vita al neon. Al chiuso delle proprie case, uffici, pub e ristoranti.
-Vorrei andare in Asia. Ma prima penso che andrò a trovare qualche amico che abita in giro per l'Europa. E poi mi metto in viaggio davvero...forse... ci sto pensando seriamente...
-Hai paura?
-Si. Viaggiare da sola in Asia mi spaventa. Non ho davvero il coraggio di andare da sola zaino in spalla lungo la via della seta.
Le api affamate riempivano di ronzii le loro orecchie. I piatti si vuotarono in fretta e al rumore delle mascelle e delle posate subentrò quello del caffe e delle chiacchiere.
-Ho paura di non essere all'altezza delle situazioni difficili, di essere troppo vecchia, ho paura anche che non sia la scelta giusta in questo periodo, di dare un ulteriore calcio alla mia sgangherata carriera e soprattutto mi fa paura essere donna.
-Per l'ultima cosa non c'è rimedio, il resto sono solo scuse.
I quattro studenti decisero di affrontare il caldo al Pazar grazie alla loro giovane età che non gli consentiva di essere stanchi e al Museo rimasero soli, loro due, a godersi in santa pace tutta quell'inevitabile e silenziosa noia domenicale.
-Ci hai pensato?
-Ho fatto sogni strani stanotte, ma non incubi, anche se non li ricordo affatto. Mi sono svegliata sorridendo.
-E' merito dell'alcol. Dovresti saperlo che il raki albanese è la cura migliore per tutti i mali dell'anima!
-E tu sei un esperto, vero?
-Di raki e di mali dell'anima.
-Parto. Cerco di risolvere tutto quello che ho in sospeso con la vita e poi parto. Cerco di trovare il coraggio di essere me stessa e poi parto.
-Fa caldo!
-Che cosa è rimasto in frigo?
-E poi e poi...quante volte lo hai ripetuto questo " e poi"?
-Smettila.
-No smettila tu!
14 agosto 2010
Dedicato a un viaggiatore
La mattina si svegliò con una forte voglia di Africa in bocca. L’alba si era appena fatta mattino, ma lei era sveglia da almeno tre ore. Prima le necessita fisiologiche la costrinsero ad abbandonare il sonno, poi le voci del vicinato insonne del venerdì sera. L’estate elimina molte barriere, le finestre aperte, le terrazze e i patii fioriti sono dei sorprendenti veicoli di comunicazione. Sfuggire alla canicola diventa più vitale che tutelare la propria intimità domestica. Cosi le case si aprono agli sguardi reciproci degli abitanti e le voci non si fermano più sui vetri delle finestre.
L’Africa era un ricordo lontano di terre rosse e polvere fra i denti.
Quali erano le sue priorità? Una o molteplici. Se plurali, poi, in che ordine? La falsa lucidità nervosa che da’ l’insonnia la costrinse a passare in rassegna la sua vita. Proprio la sera prima aveva fatto una lunga chiacchierata con un amico lontano, che vive dall’altra parte dell’oceano. La notte agitata che aveva appena passato era dovuta probabilmente al meccanismo perverso che scatta nella mente di chi pare non aver ancora deciso cosa fare della propria vita dopo aver a lungo dialogato con chi invece cosa fare lo ha ben deciso: un lavoro stabile e prestigioso, una casa, una moglie e una figlia. Uno di quelli che ha fatto la cosa giusta, perché a 34 anni bisogna fare cosi. Il paragone con le vite degli altri e’ l’arma peggiore che si può usare contro se stessi.
L’Africa, questa entità posticcia e astratta fatta di terre rosse e odori forti, mischiati nel pentolone etnico dell’immaginario europeo. Una zuppa di sensazioni colorate, di bambini nudi con la pancia gonfia, di donne magre che allattano di niente i propri figli. E poi ancora scimmie, elefanti, gazzelle e leoni, cibo africano, balli africani, vestiti e gioielli africani. Qualsiasi cosa sia colorato o abbia un aspetto primitivo e’ africano.
Non era di quello che aveva voglia. L’aggettivo “etnico” lo lasciava volentieri a tutti quelli che avevano voglia di riempirsi la bocca di concetti esasperatamente fatui.
“Ho comprato un mobile africano in un negozio etnico!”
“ho ascoltato un concerto di musica etnica!”
“come mi sta questa collana etnica?”
No, non ci siamo. Era uno zaino quello di cui aveva bisogno, uno zaino, un biglietto aereo e dei soldi in tasca, sandali comodi per camminare. Uno zaino per cacciare via dalla sua testa tutta quella necessità di vita normale.
