15 agosto 2010
Buon viaggio
14 agosto 2010
Dedicato a un viaggiatore
La mattina si svegliò con una forte voglia di Africa in bocca. L’alba si era appena fatta mattino, ma lei era sveglia da almeno tre ore. Prima le necessita fisiologiche la costrinsero ad abbandonare il sonno, poi le voci del vicinato insonne del venerdì sera. L’estate elimina molte barriere, le finestre aperte, le terrazze e i patii fioriti sono dei sorprendenti veicoli di comunicazione. Sfuggire alla canicola diventa più vitale che tutelare la propria intimità domestica. Cosi le case si aprono agli sguardi reciproci degli abitanti e le voci non si fermano più sui vetri delle finestre.
L’Africa era un ricordo lontano di terre rosse e polvere fra i denti.
Quali erano le sue priorità? Una o molteplici. Se plurali, poi, in che ordine? La falsa lucidità nervosa che da’ l’insonnia la costrinse a passare in rassegna la sua vita. Proprio la sera prima aveva fatto una lunga chiacchierata con un amico lontano, che vive dall’altra parte dell’oceano. La notte agitata che aveva appena passato era dovuta probabilmente al meccanismo perverso che scatta nella mente di chi pare non aver ancora deciso cosa fare della propria vita dopo aver a lungo dialogato con chi invece cosa fare lo ha ben deciso: un lavoro stabile e prestigioso, una casa, una moglie e una figlia. Uno di quelli che ha fatto la cosa giusta, perché a 34 anni bisogna fare cosi. Il paragone con le vite degli altri e’ l’arma peggiore che si può usare contro se stessi.
L’Africa, questa entità posticcia e astratta fatta di terre rosse e odori forti, mischiati nel pentolone etnico dell’immaginario europeo. Una zuppa di sensazioni colorate, di bambini nudi con la pancia gonfia, di donne magre che allattano di niente i propri figli. E poi ancora scimmie, elefanti, gazzelle e leoni, cibo africano, balli africani, vestiti e gioielli africani. Qualsiasi cosa sia colorato o abbia un aspetto primitivo e’ africano.
Non era di quello che aveva voglia. L’aggettivo “etnico” lo lasciava volentieri a tutti quelli che avevano voglia di riempirsi la bocca di concetti esasperatamente fatui.
“Ho comprato un mobile africano in un negozio etnico!”
“ho ascoltato un concerto di musica etnica!”
“come mi sta questa collana etnica?”
No, non ci siamo. Era uno zaino quello di cui aveva bisogno, uno zaino, un biglietto aereo e dei soldi in tasca, sandali comodi per camminare. Uno zaino per cacciare via dalla sua testa tutta quella necessità di vita normale.
