30 gennaio 2011

un romanzo epistolare ovvero il senso delle cose

Caro amore mio,

ascolto le gocce d'acqua che si rompono sul fondo del lavandino. Il rubinetto perde da mesi ma ora questo cadenzato rumore sta diventando insopportabile. È diventato il rumore del tempo che scandisce le mie decisioni e i miei ricordi.
Ti scrivo adesso ma con la certezza che non capirai subito queste mie parole. Forse le riscoprirai fra qualche anno, quando avremo abbattuto questa ulteriore barriera. Il tempo passato assieme è stato breve ma a me sembrano già passati degli anni, mi sembra che questo tempo sia sempre esistito, quasi come condizione necessaria del nostro essere. La vita senza te è diventata un ossimoro.
Sono alla costante ricerca di una forma che mi permetta di tradurre in parole i miei pensieri. Per ora mi affido ai gesti. E non è solo una questione di lingua, tradurre in tedesco o in inglese i miei sentimenti.
È questione di riuscire a non aver paura della propria immensa vulnerabilità, metterla nero su bianco sotto ai tuoi occhi e agli occhi di tutti.
Sono uscita dal mio corpo e mi sono messa a guardare i miei gesti e ad ascoltare le mie parole. Ho cercato in tutti i modi di non far cedere la mia ridicola corazza e ho impugnato le mie armi di cartone. La verità è che non vedevo l'ora di arrendermi, ma mi sembrava sconveniente consegnarti subito le chiavi della città. Adesso che il terrore dell'assedio è scemato posso finalmente godere del terrore del saccheggio e dell'abbandono. Ho impilato tutti gli scudi e le armi al centro della piazza e mi appresto a dargli fuoco. L'elmo l'ho rovesciato e l'ho trasformato in un vaso da fiori. Vorrei piantarci del basilico, mi piacerebbe poterne sentire il profumo in estate e chiudendo gli occhi ricordarmi dell'odore dei pomeriggi afosi di quando ero bambina. L'odore del basilico, del rosmarino e dei pini. L'odore del Mediterraneo che si fa sempre più lontano.
Per tutta la vita mi sono fregiata del mio atavico femminismo che adesso butterei volentieri alle ortiche.
In cambio di te. Questo mi spaventa. E penso spaventi ancora di più te, anche se non ne sono affatto sicura. Per questo motivo non voglio scriverti o parlarti direttamente, ma vigliaccamente preferisco affidare le mie parole ad una lingua che non conosci affatto, per inscenare ancora una volta la commedia farsesca della mia reticenza.
Siamo noi che riempiamo di significato azioni e oggetti che ci diventano essenziali per lo spazio di una vita o di qualche istante. Non esiste alcun tipo di senso intrinseco nei gesti e nelle parole: questo si crea dal momento in cui due persone attribuiscono lo stesso valore ad una fetta di pane e miele mangiata a letto assieme, la domenica mattina.

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