6 aprile 2011

Storia di una cantastorie

Questa è la storia di una cantastorie che vi racconta di come gli uomini vissero in Macedonia tanti tanti anni fa. 

La storia l'ho quasi scritta tutta.

La storia è bella, la storia è finta e la storia è vera. 

La storia è utile più a chi l'ascolta o a chi la racconta?

Questa è la storia di una cantastorie che vi racconta di come si vive e come si muore, di come gli uomini si spostavano fra le aspre montagne balcaniche e del vaso a due anse che usavano per bere il vino forte che dava alla testa. 

Il vaso si è rotto in mille pezzi e uno stormo di cicogne è volato alto lungo il profilo prosciugato di quello che era il luccicante specchio del lago Maliq.

La cantastorie nomade vi racconta, in rima e in prosa con un sorriso e un umile inchino, di quello che è rimasto sulla sponda del lago, di quello che eravamo ieri e di quello che siamo oggi.

Una storia nella storia.

24 marzo 2011

Lettera a mio figlio che ancora non è nato

Caro figlio che ancora non sei nato,

come stai?

Mi chiedo se per caso non sia arrivato il momento di provare a crearti. Forse ti sei stufato di startene li in attesa, tutto solo e al buio da anni. Fa freddo laggiù, ed è umido.

Ho deciso di provare a darti le sembianze di un essere umano, anche perché ho pensato spesso a te, ma forse mai nel modo giusto.
In realtà per anni non ho avuto tempo di metterti a fuoco veramente. Eri solo un vago desiderio umorale, legato a fatue promesse d'amore. Adesso non so proprio cosa sei diventato, forse solo il ticchettio dell'orologio biologico che ha innescato un conto alla rovescia. Almeno non sei più una falsa dichiarazione d'amore, e di questo dovresti essere contento.
Ti ho comunque portato in giro con me per tutti questi anni, in mezzo ai monti e alle terre brulle, nelle lacrime e nel sudore, nella fatica, nel rimorso e nella gioia.
Ma è giunto il momento che tu veda tutto questo con i tuoi occhi. Non posso tenere tutte queste cose belle per me sola, è una responsabilità troppo grande non condividerle con te.

Non si può raccontare il sole che ti scalda di colore e nemmeno l'acqua fresca che ti placa la sete. E rischio di non trovare le parole giuste quando cerco di  raccontarti i paesaggi all'imbrunire che parlano di rumore di insetti e uccelli, o le corse in motorino fatte di nascosto nella notte romana.
Per questo, caro figlio che ancora non sei nato, ho deciso che proverò a metterti al mondo.
Devi vedere tutto questo con i tuoi occhi.
Non potrei mai perdonarmi per averti privato del piacere di divorare un libro o di quel dolore fra il cuore e lo stomaco che si prova quando ci si innamora.

Caro figlio che ancora non sei nato, forse avrai un padre che non è poi così male. Potrete andare allo stadio insieme o a fare passeggiate in bici fra i boschi e spero tanto che trovi il tempo per aiutarti a fare i compiti e leggerti le favole. Peccato che non sappia leggere invece queste mie parole.
Di questo me ne dispiace, ma non riuscirei a scriverle in una lingua diversa dalla mia.
Non produrrebbero lo stesso suono e per lui non avrebbero comunque lo stesso significato.

Tu le potrai leggere invece, e ricordarti, se mai riuscirai a venire al mondo, di quello che è stato il più grande atto di egoismo e allo stesso tempo di amore della tua futura improbabile madre.

Ti auguro la buona notte

m.

3 marzo 2011

Stelle

Pedalare sotto un insolito cielo stellato di ritorno da Eppelheim con un'amica e sentirsi circondate da una quasi primavera è stato bello.
Benvenuta quasi primavera, bentrovate stelle.
Non mi ricordavo che anche questo cielo potesse averne, forse ho spesso dimenticato di guardare in alto.

27 febbraio 2011

Inutile domenica sera

Ci sono delle gemme rosa sui rami sottili del cespuglio che si trova davanti al chiosco del signor Punjab. Le ho intraviste oggi pomeriggio passando li vicino in bici. È un cespuglio abbastanza anonimo tutto sommato, scheletrico e sgraziato d'inverno, sembra una enorme scopa di saggina capovolta dentro un vaso. Adesso è una scopa di saggina piena di piccole verruche rosa, non molto più bella del solito ma senz'altro più colorata.

Che noia questa domenica sera. Non mi va di leggere ed è troppo presto per dormire. Sorseggio del marsala del 1999 e cerco ricette su internet che tanto non avrò il tempo di cucinare.

Sto tentando una ardita impresa, con poche e consapevoli possibilità di riuscita. Mi spremo di fatica come un succoso cedro del Libano, confidando che la spessa scorza mi possa proteggere dalla probabile disfatta. Mi sono rimessa l'elmo in testa, ho scosso il cimiero e ho dato fiato al corno. Cerco di caricare a testa bassa con maniacale costanza, sbattendo sempre sullo stesso punto. L'armatura tintinna e si deforma in una smorfia dolorosa ogni volta che cozzo contro le mura. Ultimamente il dolore è diventato un sordo velo che annebbia lo sguardo. E gli occhi bruciano per le gocce di sudore miste a polvere che le sopracciglia non riescono a trattenere.
Lucida serenità: più di questo non posso fare, non è nelle mie umane capacità, e se perderò non avrò frustrazione alcuna perché sto cercando di andare oltre i miei limiti.

Domenica inutile, domenica noiosa. Domenica fatta di pensieri che sono sfuggiti al mio controllo. L'istinto è la cosa più difficile da tenere a bada, e ho paura che prima o poi prenderà inevitabilmente il sopravvento. Mi illudo che la consapevolezza di essere vittima di questo ineluttabile destino autocreato renda le mie inconsce decisioni il meno dolorose e frustranti possibile.
Mi illudo.

Spesso ho attribuito alcune mie decisioni alla paura. Adesso mi sto rassegnando all'evidenza. Mi sembra abbastanza palese che non era solo per paura. Era soprattutto per vocazione.

E questo si, è davvero spaventoso.

Stupida domenica, domenica noiosa, quello che mi fa più paura porta il mio nome.

30 gennaio 2011

un romanzo epistolare ovvero il senso delle cose

Caro amore mio,

ascolto le gocce d'acqua che si rompono sul fondo del lavandino. Il rubinetto perde da mesi ma ora questo cadenzato rumore sta diventando insopportabile. È diventato il rumore del tempo che scandisce le mie decisioni e i miei ricordi.
Ti scrivo adesso ma con la certezza che non capirai subito queste mie parole. Forse le riscoprirai fra qualche anno, quando avremo abbattuto questa ulteriore barriera. Il tempo passato assieme è stato breve ma a me sembrano già passati degli anni, mi sembra che questo tempo sia sempre esistito, quasi come condizione necessaria del nostro essere. La vita senza te è diventata un ossimoro.
Sono alla costante ricerca di una forma che mi permetta di tradurre in parole i miei pensieri. Per ora mi affido ai gesti. E non è solo una questione di lingua, tradurre in tedesco o in inglese i miei sentimenti.
È questione di riuscire a non aver paura della propria immensa vulnerabilità, metterla nero su bianco sotto ai tuoi occhi e agli occhi di tutti.
Sono uscita dal mio corpo e mi sono messa a guardare i miei gesti e ad ascoltare le mie parole. Ho cercato in tutti i modi di non far cedere la mia ridicola corazza e ho impugnato le mie armi di cartone. La verità è che non vedevo l'ora di arrendermi, ma mi sembrava sconveniente consegnarti subito le chiavi della città. Adesso che il terrore dell'assedio è scemato posso finalmente godere del terrore del saccheggio e dell'abbandono. Ho impilato tutti gli scudi e le armi al centro della piazza e mi appresto a dargli fuoco. L'elmo l'ho rovesciato e l'ho trasformato in un vaso da fiori. Vorrei piantarci del basilico, mi piacerebbe poterne sentire il profumo in estate e chiudendo gli occhi ricordarmi dell'odore dei pomeriggi afosi di quando ero bambina. L'odore del basilico, del rosmarino e dei pini. L'odore del Mediterraneo che si fa sempre più lontano.
Per tutta la vita mi sono fregiata del mio atavico femminismo che adesso butterei volentieri alle ortiche.
In cambio di te. Questo mi spaventa. E penso spaventi ancora di più te, anche se non ne sono affatto sicura. Per questo motivo non voglio scriverti o parlarti direttamente, ma vigliaccamente preferisco affidare le mie parole ad una lingua che non conosci affatto, per inscenare ancora una volta la commedia farsesca della mia reticenza.
Siamo noi che riempiamo di significato azioni e oggetti che ci diventano essenziali per lo spazio di una vita o di qualche istante. Non esiste alcun tipo di senso intrinseco nei gesti e nelle parole: questo si crea dal momento in cui due persone attribuiscono lo stesso valore ad una fetta di pane e miele mangiata a letto assieme, la domenica mattina.

24 gennaio 2011

storie

"ma secondo te è una storia vera?"

"che importa che sia vera? L'importante è che sia bella!"

17 gennaio 2011

Heidelberg e la sua inevitabile balcanizzazione

Recentemente mi è capitato di parlare di Heidelberg con un amico, e allo stesso tempo di rileggere dei post sulla mia benodiata cittadina tedesca, scritti in vari momenti di questi lunghi 3 anni passati a vagare per i Balcani. Non riesco a smettere di pensarci. Ad Heidelberg e ai Balcani. E alle parole del mio amico.

Sono stata cattiva con Heidelberg, non sempre ma la maggio parte delle volte. Ne ho parlato male, l'ho disprezzata profondamente e usata come termine negativo di confronto con i miei benamati Balcani. L'ho derisa e presa a calci, approfittandone però sempre quando ho potuto.

Ma senza Heidelberg non ci sarebbero mai stati i Balcani. Spesso tendo a scordarmi il perché sono approdata in questa oscura (per chi non lavora all'università) cittadina, quasi al confine con la Foresta Nera: proprio per avere la possibilità di continuare a lavorare nei Balcani.

Senza Heidelberg e senza dottorato non ci sarebbero stati i 2 mesi in Albania ogni anno, non ci sarebbe più stata la Macedonia e nemmeno la Grecia. Grazie ad Heidelberg sono stata ad Atene in un allegro giugno greco fatto di polizia chiacchiere e sole; e ho passato a Thessaloniki 3 mesi invernali meravigliosi. E sempre grazie ad Heidelberg che sono andata a Parigi e che ho avuto la possibilità di continuare a fare ricerca. Grazie al contrasto con Heidelberg grigia d'inverno che amo i Balcani pieni di caldo e cicale d'estate. I miei cocci, tutti, li devo ad Heidelberg.
Quest'estate mi hanno paventato la possibilità di un lavoro a tempo indeterminato (o almeno per molti anni a Korçë). Ho chiuso gli occhi e mi sono messa a pensare alla piana bianca d' inverno, alla immobile solitudine che mi avrebbe rosicchiato l'anima qui fra le montagne. Korçë d'inverno. Il nulla silenzioso della neve lasciato dagli emigrati che tornano in Italia o in Grecia a lavorare. Un paesaggio fatto di pochi vecchi stanchi e giovani contadini a cui hanno rifiutato il visto. Non c'è nulla di poetico nelle montagne albanesi d'inverno, solo tanta gelida asprezza.

I Balcani sono sempre stati il luogo della mia solitudine sentimentale. Li ho girati in lungo e in largo ma sempre da sola. In Macedonia sono stata da sola. Ho passato a Salonicco 3 mesi da sola: io con i miei cocci e la città. Stesso discorso in Albania. Quando sono nei Balcani sono tutt'uno con il paesaggio, con il cielo, il mare o la montagna, con i miei amati cocci e ruderi vari, ma non con le persone.
Guardo quasi ogni sera il tramonto, quando finisco di lavorare al Museo di Korçë. Da sola mi arrampico dietro alla montagna e mi perdo nella mia solitudine color indaco, screziata di sangue e zabaione del cielo.

A causa dei Balcani ho perso l'amore. Me lo hanno succhiato via dalle vene goccia a goccia, fino a far rimanere un vuoto colmato da brutte schegge di terracotta. I Balcani sono il mio rifugio, la mia meta di fuga preferita. Quando non tollero il confronto con me stessa fuggo lì perché so che nessuno giudicherà la mia carriera accademica o la qualità del mio lavoro. Mi giudicheranno per i miei tatuaggi o perché non sono sposata, che sono cose che ovviamente non mi toccano in alcun modo. Ogni volta che sono fuggita da me stessa sono corsa a rifugiarmi qui, e negli ultimi anni è diventata una dipendenza devastante.

Mi è iniziata a piacere Heidelberg quando ho smesso, per la prima volta dopo almeno 6 anni, di fuggire e ho ricominciato ad amare. Pedalo veloce con la nebbia che mi entra violenta nelle narici e guardo paesaggi mai visti, nuvole umide che si spostano lungo il crinale della collina, l'orizzonte verso il Reno.
Mi ero dimenticata che le sorgenti del Danubio si trovano qui in Germania, pochi chilometri a sud da casa mia, nel cuore profondo della Foresta Nera.

27 dicembre 2010

Mare del Nord

29.12.2010 - 2.1.2011

Heidelberg - Düsseldorf - Sankt Peter Ording

823 chilometri, circa 8 ore di viaggio, in treno fino a Düsseldorf poi in macchina fino a S. Peter Ording.

"Non conosci la Germania!"
"È vero, non la conosco per niente."
"E poi lo sai, che Heidelberg non è la Germania; lo sai che qui è un posto particolare, che galleggia sopra  la realtà senza mai immergervisi del tutto. Questo è non-luogo dove tutti noi viviamo, ognuno nella propria bolla di sapone. Devi iniziare a conoscere la Germania, a vivere la Germania. Andiamo, ti porto a nord."
"Andiamo."




4 dicembre 2010

Neve

Ci sono quei gesti, quei piccoli gesti fatti senza pensare, con naturalezza. Quei piccoli gesti a tal punto spontanei da spiazzarti e lasciarti di sale.
Cosa sta facendo?
Non te lo aspettavi, eh?
No, davvero, proprio no. Non ero abituata. Non ci avrei mai pensato.
E questo piccolo, insignificante gesto, spontaneo e delicato come un fiocco di neve, si è posato sulla punta del mio naso e si è sciolto al calore di un sorriso.

23 novembre 2010

poesia

La poesia mi salva sempre la giornata, mi dona il sorriso e il brivido elettrizzante della bellezza.
Mi impedisce di addormentarmi sul mondo dandomi uno schiaffo.
La bellezza è importante, anzi è fondamentale,
la bellezza delle parole, la bellezza della mente...

Colloquio sentimentale

Nel vecchio parco gelido e deserto 
sono appena passate due forme. 

Hanno occhi morti, e labbra molli, 
e le loro parole si odono a stento. 

Nel vecchio parco gelido e deserto 
due spettri hanno evocato il passato. 

- Ricordi la nostra estasi d'allora? 
- E perché vuoi che la ricordi? 

- Batte ancora il tuo cuore solo a udire il mio nome? 
Ancora vedi in sogno la mia anima? - No. 

- Ah, i bei giorni d'indicibile felicità 
quando univamo le nostre bocche! - Può darsi. 

- Com'era azzurro il cielo, e grande la speranza! 
- Vinta, fuggì la speranza, nel cielo nero. 

Andavano così tra l'avena selvatica, 
e le loro parole le udì solo la notte. 


Paul Verlaine

11 novembre 2010

ειδύλλιο

Che casino l'amore, il sesso e i sentimenti
sarebbe tutto infinitamente più facile se non esistessero!
E invece eccoci qui, a sbattere come falene cieche
contro lampadine accese di notte.

9 novembre 2010

Il pianto della scavatrice

Solo l'amare, solo il conoscere
    conta, non l'aver amato,
    non l'aver conosciuto. Dà angoscia
     
    il vivere di un consumato
    amore. L'anima non cresce più.
    Ecco nel calore incantato
     
    della notte che piena quaggiù
    tra le curve del fiume e le sopite
    visioni della città sparsa di luci,
     
    scheggia ancora di mille vite,
    disamore, mistero, e miseria
    dei sensi, mi rendono nemiche
    le forme del mondo, che fino a ieri 
erano la mia ragione d'esistere.
...

-Pier Paolo Pasolini

grazie S. per aver condiviso con me queste parole. Tu sei un poeta.

15 ottobre 2010

Ritorna- Επέστρεφε

Contrasto l'umidità della nebbia che mi sveglia al mattino e dedico un pensiero al corpo piuttosto che alla mente. Mi immergo in calde atmosfere alessandrine e immagino che la nebbia sia la nube di vapore che avvolge umida il tuo corpo mentre varchi la soglia dell'hamam. 
L'immaginazione è un portento, è il sale, è la vita...


Ritorna spesso e prendimi,
amata sensazione ritorna e prendimi-
quando si ridesta la memoria del corpo
e l'antico desiderio di nuovo si versa nel sangue:
quando le labbra e la pelle ricordano,
e le mani come se ancora toccassero.


Ritorna spesso e prendimi, la notte,
quando le labbra e la pelle ricordano...


K.Kavafis (traduzione di T.Sangiglio)


Επέστρεφε συχνά και παίρνε με,
αγαπημένη αίσθησις επέστρεφε και παίρνε με—
όταν ξυπνά του σώματος η μνήμη,
κ’ επιθυμία παληά ξαναπερνά στο αίμα·
όταν τα χείλη και το δέρμα ενθυμούνται,
κ’ αισθάνονται τα χέρια σαν ν’ αγγίζουν πάλι.

Επέστρεφε συχνά και παίρνε με την νύχτα,
όταν τα χείλη και το δέρμα ενθυμούνται... 


(Από τα Ποιήματα 1897-1933, Ίκαρος 1984) 

28 settembre 2010

domani

Domani mi metto in viaggio, destinazione la vita normale.
Un giorno di camera iperbarica e iodio a Salonicco, poi Stoccarda e infine Heidelberg.
Parto col cuore pesante.
Io sto bene qui, fra il raki, il fango e la povere.
Vi lascio il doppiopetto e i profumi, la moda e tutto il resto.
Mi prendo volentieri in cambio il fango, la polvere e la libertà.

25 settembre 2010

L'autunno è sfacciato

Il primo fine settimana ufficialmente autunnale non venne meno alla sua fama e fece il suo ingresso nella piana di Korçë in pompa magna, facendosi annunciare da violente raffiche di vento la notte del venerdì. Nessuno avrebbe potuto ignorarlo in tutto il suo gelido e arrogante splendore. Il cielo era grigio e pesante e grassi grappoli d'uva nera pendevano dal vecchio e tormentato albero di vite che si arrampicava lungo le pareti della casa di fronte. Sul muro bianco l'indaco scuro degli acini e le foglie dalle bordature rossastre creavano una perfetta armonia autunnale, una natura morta resa quasi artistica grazie al punto di osservazione: lo spesso e irregolare vetro delle finestre del Museo dava l'illusione di un gioco di acquerelli. Il fruscio delle foglie si mischiava al cigolare in lontananza di qualche giuntura metallica, si poteva immaginare fosse il rumore di una vecchia altalena mossa dal vento in un giardino umido, invece era solo un vecchio cardine che si lamentava senza grazia.
La settimana lavorativa passava sempre uguale. Nel ripetersi degli orari e delle azioni non c'era quasi nulla che potesse essere ritenuto degno di nota. Il fine settimana era l'unico momento in cui ci si potesse riappropriare del proprio personale concetto di tempo e assecondare le proprie naturali priorità.

-Che fai lavori ancora?

Chiese Genci affacciandosi alla porta della stanza.

-No oggi non ne ho nessuna voglia e nemmeno l'intenzione. Sto solo perdendo tempo. Sarei potuta partire già domani se avessi trovato oggi la motivazione per chiudere queste ultime due cose e invece ho procrastinato a lunedì! Mi sono fabbricata una scusa bella e buona per restare qui a fare nulla anche questo fine settimana.

-Ieri sera sei andata a camminare?

-No, sono andata l'altro ieri. E sai che cosa ho visto? La luna piena. Una luna enorme e luminosa che sorgeva veloce da dietro la Morava. Era grandissima all'inizio, sembrava mi volesse cadere addosso. Poi si è fatta più piccina con il passare delle ore e la sua bellezza ha smesso di meravigliarmi.

Genci sorrise al pensiero della luna e andò con lo sguardo verso quei due gusci neri e ancora mezzi vuoti che giacevano allineati sotto la finestra. Intorno, poggiati per terra e sui mobili c'erano una pila di libri già letti, un groviglio di cavi e caricatori e vestiti piegati con ordine uno sull'altro anche se oramai sporchi.
-Stai già preparando le valigie...

-Ci metto sempre molto tempo, mi ci vogliono giorni interi, faccio e disfaccio inutilmente il contenuto all'inseguimento di una illusoria razionale perfezione. Poi alla fine il risultato è lo stesso che se ci avessi impiegato solo 15 minuti. Mi ricordo sempre di mia nonna materna quando metto a posto qualcosa.
Si chiamava Neva, un bel nome, il nome di un fiume. Tutto nella sua casa aveva un razionale ordine immutabile e prestabilito. Non c'era spazio per nessun genere di sprechi né di oggetti né di spazi. A Natale ci osservava scartare i regali ricordandoci di stare attenti alla carta. Ogni involucro veniva poi privato dello scotch, piegato con cura e conservato fino al Natale successivo o ad altre ricorrenze. C'era la busta per gli avanzi di spago, la scatolina di plastica bianca per gli elastici e quella per i nastrini colorati, la scatola di metallo per le penne e i pennarelli. Mi ricordo bene di questi oggetti perché erano chiusi nel terzo cassetto della cucina di Lubiana. La scatola di metallo conteneva anche pastelli e matite colorate. Era il mio passatempo preferito. Disegnare e scrivere sui vecchi fogli che mia nonna diligentemente recuperava dai quaderni non finiti dei miei cugini piu grandi. Ricordo il colore e l'odore di cera, legno e mine. Quando nonna è morta ho preso con me anche la scatola di plastica bianca per gli elastici. Ci ho trovato dentro un grumo di fili appiccicosi e polverosi, vecchi elastici gialli e rossi. La scatola la uso ancora. La tengo sulla mia scrivania a Heidelberg, piena di graffette e puntine. Cerco di imitare quell'ordine perfetto che mi indisponeva tanto da adolescente. Un periodo della mia vita in cui lo speciale legame infantile che si era creato fra me e mia nonna si dissolse per sempre.
Parto lunedì sera, resto un giorno a Salonicco a marcire di mare e ricordi e poi prendo l'aereo per Stoccarda mercoledì mattina. Tu che farai?

-Che vuoi che faccia, resto qui! L'inverno dovrà pure trovare qualcuno disposto ad attenderlo. Starò a casa mia ad ammazzare il tempo bevendo raki. E continuerò a fuggire il matrimonio. Vediamo per quanto tempo resisto!

-Piove di nuovo. Spruzzi di cielo, mica pioggia vera. Io parlo troppo e tu non parli niente.


19 settembre 2010

Verdi intenzioni e sonnolenza domenicale.

                                                                            Korçë Venerdì 


Era venerdì di Bajram, era ora di pranzo. Si avvicinò con circospezione alla tavola apparecchiata in fretta e furia. Erano quasi tutti seduti.
-Che c'e da mangiare?
Con la mano sinistra sollevò lo strofinaccio appoggiato sulla teglia.
Carne di maiale!
-Ma proprio oggi che e' Bajram? La carne di maiale?
-E pare proprio che se ne sia dimenticata, che oggi e' Bajram!
Si misero seduti di malavoglia e mangiarono il maiale preparato dalla cuoca ortodossa. Musulmani, atei e cattolici uniti dall'odio per quel viscido olio di semi di girasole con cui la cuoca irrorava senza pudore qualsiasi tipo di cibo che avesse la sfortuna di essere preparato nella sua cucina.
-Dove andrai adesso?
-Torno in Germania.
-Sei felice li?
-Si e no. Mi piace la Germania ma vorrei andare via da Heidelberg e lo farò il prima possibile. Passami l'insalata. E il pane. Dicevo...si vado via, vorrei mettermi in viaggio.
-Viaggio o trasloco. C'è una bella differenza.
-L'uno e l'altro. Non so quale dei due prima, probabilmente il viaggio. Non mi tiene nulla. Sono sola e non devo rendere conto a nessuno di niente. Che me ne faccio di tutta questa libertà? Sarebbe uno spreco, un calcio in faccia alla vita non usarla bene.
-Passami il maiale va'... e anche questo Bajram ce lo siamo tolti dalle scatole!
-Certo che lo potevate dire alla cuoca. Magari darle una ricetta...
-Tanto avrebbe fatto schifo lo stesso.
Prese il pane e lo tuffò nella teglia. La superficie lustra dell'olio che ricopriva interamente il liquido giallognolo in cui la carne era immersa tremò mentre il pane la rompeva raggiungendo il fondo della teglia. Il pane finì nella bocca di Genci e la superficie tornò uniformemente calma.
-Dove?
-Cosa?
-Dove vai?
Il sole delle 13.30 era ancora caldo. Fra una manciata di giorni il lusso di mangiare e vivere all'aperto sarebbe diventato il solito doloroso rimpianto invernale di una vita al neon. Al chiuso delle proprie case, uffici, pub e ristoranti.
-Vorrei andare in Asia. Ma prima penso che andrò a trovare qualche amico che abita in giro per l'Europa. E poi mi metto in viaggio davvero...forse... ci sto pensando seriamente...
-Hai paura?
-Si. Viaggiare da sola in Asia mi spaventa. Non ho davvero il coraggio di andare da sola zaino in spalla lungo la via della seta.
Le api affamate riempivano di ronzii le loro orecchie. I piatti si vuotarono in fretta e al rumore delle mascelle e delle posate subentrò quello del caffe e delle chiacchiere.
-Ho paura di non essere all'altezza delle situazioni difficili, di essere troppo vecchia, ho paura anche che non sia la scelta giusta in questo periodo, di dare un ulteriore calcio alla mia sgangherata carriera e soprattutto mi fa paura essere donna.
-Per l'ultima cosa non c'è rimedio, il resto sono solo scuse.


Korçë Domenica

L'ultimo rigurgito di estate si era abbattuto sulla piana di Korçë lasciando tutti in canottiera. Sembrava che il tempo si fosse messo a giocare a rimpiattino con le stagioni. La mattina fuggì via quasi fosse tornato agosto, lasciando tutti tramortiti al loro anomalo presente afoso.
I quattro studenti decisero di affrontare il caldo al Pazar grazie alla loro giovane età che non gli consentiva di essere stanchi e al Museo rimasero soli, loro due, a godersi in santa pace tutta quell'inevitabile e silenziosa noia domenicale.
-Ci hai pensato?
-Ho fatto sogni strani stanotte, ma non incubi, anche se non li ricordo affatto. Mi sono svegliata sorridendo.
-E' merito dell'alcol. Dovresti saperlo che il raki albanese è la cura migliore per tutti i mali dell'anima!
-E tu sei un esperto, vero?
-Di raki e di mali dell'anima.
-Parto. Cerco di risolvere tutto quello che ho in sospeso con la vita e poi parto. Cerco di trovare il coraggio di essere me stessa e poi parto.
-Fa caldo!
-Che cosa è rimasto in frigo?
-E poi e poi...quante volte lo hai ripetuto questo " e poi"?
-Smettila.
-No smettila tu!

14 settembre 2010

Nostalgia canaglia

La nostalgia e' davvero una canaglia, spregevole bugiarda che ti attacca alle spalle quando meno te lo aspetti. Non ti guarda mai in faccia, si insinua strisciante dietro un'immagine apparentemente neutra o fra le parole della gente. In un fotogramma, un odore un oggetto o un pensiero serale sfumato.
Fra le lenzuola si annidano ricordi e poesie non dette che rendono la realtà più affascinante di quello che era. Quella realtà vissuta attraverso il filtro della più sfrenata immaginazione.
Eccomi, con la mia tazza di the e il mal di testa a tirare avanti fino a sera.
Questa giornata ha prodotto solo ricordi e una fuga al bazar a comprare degli orecchini nuovi. Sono belli, d'argento con minuscoli zirconi incastonati. Mi donano un aspetto vagamente ottomano, assieme al mio naso adunco, fossi solo poco più scura, magari con la carnagione olivastra e i capelli neri.
E anche quest'anno e' finita. Nostalgia canaglia. Sei riuscita a raggiungermi insieme alla stagione delle piogge, quando l'estate si trasforma improvvisamente nell'anticamera dell'inverno, quando l'Albania inizia ad allontanarsi per lasciare il posto all'umido inverno tedesco.
Mangio poco e bevo the turco tutto il giorno.
Oggi ho visto di nuovo lo zingaro con l'orso al bazar. L'altro giorno erano in mezzo al viale e l'orso gli leccava senza tregua la mano, con dolcezza. Sono anni che li vedo in giro per le vie del mercato. Una fotografia in cambio di qualche lek. Stanno sempre insieme quei due. L'orso che cammina a catena a fianco dello zingaro come se fosse un cane. Mi ha fatto tenerezza l'orso. Ho pensato fosse una crudeltà averlo sottratto alle montagne. Anche lo zingaro mi ha fatto tenerezza.
Anche io mi faccio tenerezza, seduta a questo tavolo pieno di ceramica con la mia tazza di the nero tiepido e terribilmente amaro.
Nessuno però lo ha notato grazie ai miei sfavillanti orecchini nuovi e al mio intrigante sorriso ottomano.

7 settembre 2010

Milojcic e Hourmouziadis

L'abbiamo rubata dal muro della biblioteca di Heidelberg questa foto. Il nostro piccolo atto di terrorismo e di ribellione contro l' archeologia del passato!
Delegittimiamo le vostre teorie sulla preistoria greca e balcanica semplicemente staccandovi dal muro!

22 agosto 2010

Libri

LIBRI
Tutti i libri del mondo
non ti danno la felicità,
però in segreto
ti rinviano a te stesso.

Lì c'è tutto ciò di cui hai bisogno,
sole stelle luna.
Perché la luce che cercavi
vive dentro di te.

La saggezza che hai cercato
a lungo in biblioteca
ora brilla in ogni foglio,
perché adesso è tua.

Hermann Hesse da La felicità, versi e pensieri