22 ottobre 2008

A piazza delle cinque scole c'è un frammento della mia vita in secolari tradizioni giudaico-romane

Immersa in un surreale caldo primaverile ho affrontato Roma nel migliore dei modi possibili. Sono andata da Feltrinelli a piazza Torre Argentina a fare scorte di letteratura con mio padre; ho comprato " Chi ha riportato Doruntina", "Il Successore" e "Il generale dell'armata morta" di Ismail Kadarè; "vivere stanca" e " Il sole dei morenti" di Izzo e "Il ponte sulla Drina" di Andric.
Ho comprato anche "Il lamento di Portnoy" di Roth, ma non per me, era un regalo.
Carichi di cotante buone intenzioni letterarie abbiamo fatto due passi per il ghetto e preso un caffè al portico di Ottavia. La nota dolce del giorno è stata suonata alla nostra pasticceria preferita, quella all'angolo che fa solo dolci tradizionali giudaico-romani. Mi mancavano le chiacchiere che sanno di caffè, mie e di papà, i racconti dei viaggi e le fantasie concrete di progetti futuri. A Roma fa caldo, sembra che dal calendario il mese di settembre non sia mai stato strappato via. Rimane questa illusione di vivere in un periodo che già è passato, un secondo appello che mi concede clemente la mia città. Forse non tutto è perduto, uno spiraglio lo si trova sempre. Il difficile è riuscire a vederlo senza inganni ne illusioni. Resta il sapore del caffè e una discreta pila di emozioni da sfogliare. Restano la fontana delle Tartarughe, la sua bellezza e i fiumi di parole mie e di mio padre.

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