Domani mi metto in viaggio, destinazione la vita normale.
Un giorno di camera iperbarica e iodio a Salonicco, poi Stoccarda e infine Heidelberg.
Parto col cuore pesante.
Io sto bene qui, fra il raki, il fango e la povere.
Vi lascio il doppiopetto e i profumi, la moda e tutto il resto.
Mi prendo volentieri in cambio il fango, la polvere e la libertà.
28 settembre 2010
25 settembre 2010
L'autunno è sfacciato
Il primo fine settimana ufficialmente autunnale non venne meno alla sua fama e fece il suo ingresso nella piana di Korçë in pompa magna, facendosi annunciare da violente raffiche di vento la notte del venerdì. Nessuno avrebbe potuto ignorarlo in tutto il suo gelido e arrogante splendore. Il cielo era grigio e pesante e grassi grappoli d'uva nera pendevano dal vecchio e tormentato albero di vite che si arrampicava lungo le pareti della casa di fronte. Sul muro bianco l'indaco scuro degli acini e le foglie dalle bordature rossastre creavano una perfetta armonia autunnale, una natura morta resa quasi artistica grazie al punto di osservazione: lo spesso e irregolare vetro delle finestre del Museo dava l'illusione di un gioco di acquerelli. Il fruscio delle foglie si mischiava al cigolare in lontananza di qualche giuntura metallica, si poteva immaginare fosse il rumore di una vecchia altalena mossa dal vento in un giardino umido, invece era solo un vecchio cardine che si lamentava senza grazia.
La settimana lavorativa passava sempre uguale. Nel ripetersi degli orari e delle azioni non c'era quasi nulla che potesse essere ritenuto degno di nota. Il fine settimana era l'unico momento in cui ci si potesse riappropriare del proprio personale concetto di tempo e assecondare le proprie naturali priorità.
-Che fai lavori ancora?
Chiese Genci affacciandosi alla porta della stanza.
-No oggi non ne ho nessuna voglia e nemmeno l'intenzione. Sto solo perdendo tempo. Sarei potuta partire già domani se avessi trovato oggi la motivazione per chiudere queste ultime due cose e invece ho procrastinato a lunedì! Mi sono fabbricata una scusa bella e buona per restare qui a fare nulla anche questo fine settimana.
-Ieri sera sei andata a camminare?
-No, sono andata l'altro ieri. E sai che cosa ho visto? La luna piena. Una luna enorme e luminosa che sorgeva veloce da dietro la Morava. Era grandissima all'inizio, sembrava mi volesse cadere addosso. Poi si è fatta più piccina con il passare delle ore e la sua bellezza ha smesso di meravigliarmi.
Genci sorrise al pensiero della luna e andò con lo sguardo verso quei due gusci neri e ancora mezzi vuoti che giacevano allineati sotto la finestra. Intorno, poggiati per terra e sui mobili c'erano una pila di libri già letti, un groviglio di cavi e caricatori e vestiti piegati con ordine uno sull'altro anche se oramai sporchi.
-Stai già preparando le valigie...
-Ci metto sempre molto tempo, mi ci vogliono giorni interi, faccio e disfaccio inutilmente il contenuto all'inseguimento di una illusoria razionale perfezione. Poi alla fine il risultato è lo stesso che se ci avessi impiegato solo 15 minuti. Mi ricordo sempre di mia nonna materna quando metto a posto qualcosa.
Si chiamava Neva, un bel nome, il nome di un fiume. Tutto nella sua casa aveva un razionale ordine immutabile e prestabilito. Non c'era spazio per nessun genere di sprechi né di oggetti né di spazi. A Natale ci osservava scartare i regali ricordandoci di stare attenti alla carta. Ogni involucro veniva poi privato dello scotch, piegato con cura e conservato fino al Natale successivo o ad altre ricorrenze. C'era la busta per gli avanzi di spago, la scatolina di plastica bianca per gli elastici e quella per i nastrini colorati, la scatola di metallo per le penne e i pennarelli. Mi ricordo bene di questi oggetti perché erano chiusi nel terzo cassetto della cucina di Lubiana. La scatola di metallo conteneva anche pastelli e matite colorate. Era il mio passatempo preferito. Disegnare e scrivere sui vecchi fogli che mia nonna diligentemente recuperava dai quaderni non finiti dei miei cugini piu grandi. Ricordo il colore e l'odore di cera, legno e mine. Quando nonna è morta ho preso con me anche la scatola di plastica bianca per gli elastici. Ci ho trovato dentro un grumo di fili appiccicosi e polverosi, vecchi elastici gialli e rossi. La scatola la uso ancora. La tengo sulla mia scrivania a Heidelberg, piena di graffette e puntine. Cerco di imitare quell'ordine perfetto che mi indisponeva tanto da adolescente. Un periodo della mia vita in cui lo speciale legame infantile che si era creato fra me e mia nonna si dissolse per sempre.
Parto lunedì sera, resto un giorno a Salonicco a marcire di mare e ricordi e poi prendo l'aereo per Stoccarda mercoledì mattina. Tu che farai?
-Che vuoi che faccia, resto qui! L'inverno dovrà pure trovare qualcuno disposto ad attenderlo. Starò a casa mia ad ammazzare il tempo bevendo raki. E continuerò a fuggire il matrimonio. Vediamo per quanto tempo resisto!
-Piove di nuovo. Spruzzi di cielo, mica pioggia vera. Io parlo troppo e tu non parli niente.
La settimana lavorativa passava sempre uguale. Nel ripetersi degli orari e delle azioni non c'era quasi nulla che potesse essere ritenuto degno di nota. Il fine settimana era l'unico momento in cui ci si potesse riappropriare del proprio personale concetto di tempo e assecondare le proprie naturali priorità.
-Che fai lavori ancora?
Chiese Genci affacciandosi alla porta della stanza.
-No oggi non ne ho nessuna voglia e nemmeno l'intenzione. Sto solo perdendo tempo. Sarei potuta partire già domani se avessi trovato oggi la motivazione per chiudere queste ultime due cose e invece ho procrastinato a lunedì! Mi sono fabbricata una scusa bella e buona per restare qui a fare nulla anche questo fine settimana.
-Ieri sera sei andata a camminare?
-No, sono andata l'altro ieri. E sai che cosa ho visto? La luna piena. Una luna enorme e luminosa che sorgeva veloce da dietro la Morava. Era grandissima all'inizio, sembrava mi volesse cadere addosso. Poi si è fatta più piccina con il passare delle ore e la sua bellezza ha smesso di meravigliarmi.
Genci sorrise al pensiero della luna e andò con lo sguardo verso quei due gusci neri e ancora mezzi vuoti che giacevano allineati sotto la finestra. Intorno, poggiati per terra e sui mobili c'erano una pila di libri già letti, un groviglio di cavi e caricatori e vestiti piegati con ordine uno sull'altro anche se oramai sporchi.
-Stai già preparando le valigie...
-Ci metto sempre molto tempo, mi ci vogliono giorni interi, faccio e disfaccio inutilmente il contenuto all'inseguimento di una illusoria razionale perfezione. Poi alla fine il risultato è lo stesso che se ci avessi impiegato solo 15 minuti. Mi ricordo sempre di mia nonna materna quando metto a posto qualcosa.
Si chiamava Neva, un bel nome, il nome di un fiume. Tutto nella sua casa aveva un razionale ordine immutabile e prestabilito. Non c'era spazio per nessun genere di sprechi né di oggetti né di spazi. A Natale ci osservava scartare i regali ricordandoci di stare attenti alla carta. Ogni involucro veniva poi privato dello scotch, piegato con cura e conservato fino al Natale successivo o ad altre ricorrenze. C'era la busta per gli avanzi di spago, la scatolina di plastica bianca per gli elastici e quella per i nastrini colorati, la scatola di metallo per le penne e i pennarelli. Mi ricordo bene di questi oggetti perché erano chiusi nel terzo cassetto della cucina di Lubiana. La scatola di metallo conteneva anche pastelli e matite colorate. Era il mio passatempo preferito. Disegnare e scrivere sui vecchi fogli che mia nonna diligentemente recuperava dai quaderni non finiti dei miei cugini piu grandi. Ricordo il colore e l'odore di cera, legno e mine. Quando nonna è morta ho preso con me anche la scatola di plastica bianca per gli elastici. Ci ho trovato dentro un grumo di fili appiccicosi e polverosi, vecchi elastici gialli e rossi. La scatola la uso ancora. La tengo sulla mia scrivania a Heidelberg, piena di graffette e puntine. Cerco di imitare quell'ordine perfetto che mi indisponeva tanto da adolescente. Un periodo della mia vita in cui lo speciale legame infantile che si era creato fra me e mia nonna si dissolse per sempre.
Parto lunedì sera, resto un giorno a Salonicco a marcire di mare e ricordi e poi prendo l'aereo per Stoccarda mercoledì mattina. Tu che farai?
-Che vuoi che faccia, resto qui! L'inverno dovrà pure trovare qualcuno disposto ad attenderlo. Starò a casa mia ad ammazzare il tempo bevendo raki. E continuerò a fuggire il matrimonio. Vediamo per quanto tempo resisto!
-Piove di nuovo. Spruzzi di cielo, mica pioggia vera. Io parlo troppo e tu non parli niente.
19 settembre 2010
Verdi intenzioni e sonnolenza domenicale.
Korçë Venerdì
Era venerdì di Bajram, era ora di pranzo. Si avvicinò con circospezione alla tavola apparecchiata in fretta e furia. Erano quasi tutti seduti.
-Che c'e da mangiare?
Con la mano sinistra sollevò lo strofinaccio appoggiato sulla teglia.
Carne di maiale!
-Ma proprio oggi che e' Bajram? La carne di maiale?
-E pare proprio che se ne sia dimenticata, che oggi e' Bajram!
Si misero seduti di malavoglia e mangiarono il maiale preparato dalla cuoca ortodossa. Musulmani, atei e cattolici uniti dall'odio per quel viscido olio di semi di girasole con cui la cuoca irrorava senza pudore qualsiasi tipo di cibo che avesse la sfortuna di essere preparato nella sua cucina.
-Dove andrai adesso?
-Torno in Germania.
-Sei felice li?
-Si e no. Mi piace la Germania ma vorrei andare via da Heidelberg e lo farò il prima possibile. Passami l'insalata. E il pane. Dicevo...si vado via, vorrei mettermi in viaggio.
-Viaggio o trasloco. C'è una bella differenza.
-L'uno e l'altro. Non so quale dei due prima, probabilmente il viaggio. Non mi tiene nulla. Sono sola e non devo rendere conto a nessuno di niente. Che me ne faccio di tutta questa libertà? Sarebbe uno spreco, un calcio in faccia alla vita non usarla bene.
-Passami il maiale va'... e anche questo Bajram ce lo siamo tolti dalle scatole!
-Certo che lo potevate dire alla cuoca. Magari darle una ricetta...
-Tanto avrebbe fatto schifo lo stesso.
Prese il pane e lo tuffò nella teglia. La superficie lustra dell'olio che ricopriva interamente il liquido giallognolo in cui la carne era immersa tremò mentre il pane la rompeva raggiungendo il fondo della teglia. Il pane finì nella bocca di Genci e la superficie tornò uniformemente calma.
-Dove?
-Cosa?
-Dove vai?
Il sole delle 13.30 era ancora caldo. Fra una manciata di giorni il lusso di mangiare e vivere all'aperto sarebbe diventato il solito doloroso rimpianto invernale di una vita al neon. Al chiuso delle proprie case, uffici, pub e ristoranti.
-Vorrei andare in Asia. Ma prima penso che andrò a trovare qualche amico che abita in giro per l'Europa. E poi mi metto in viaggio davvero...forse... ci sto pensando seriamente...
-Hai paura?
-Si. Viaggiare da sola in Asia mi spaventa. Non ho davvero il coraggio di andare da sola zaino in spalla lungo la via della seta.
Le api affamate riempivano di ronzii le loro orecchie. I piatti si vuotarono in fretta e al rumore delle mascelle e delle posate subentrò quello del caffe e delle chiacchiere.
-Ho paura di non essere all'altezza delle situazioni difficili, di essere troppo vecchia, ho paura anche che non sia la scelta giusta in questo periodo, di dare un ulteriore calcio alla mia sgangherata carriera e soprattutto mi fa paura essere donna.
-Per l'ultima cosa non c'è rimedio, il resto sono solo scuse.
Korçë Domenica
I quattro studenti decisero di affrontare il caldo al Pazar grazie alla loro giovane età che non gli consentiva di essere stanchi e al Museo rimasero soli, loro due, a godersi in santa pace tutta quell'inevitabile e silenziosa noia domenicale.
-Ci hai pensato?
-Ho fatto sogni strani stanotte, ma non incubi, anche se non li ricordo affatto. Mi sono svegliata sorridendo.
-E' merito dell'alcol. Dovresti saperlo che il raki albanese è la cura migliore per tutti i mali dell'anima!
-E tu sei un esperto, vero?
-Di raki e di mali dell'anima.
-Parto. Cerco di risolvere tutto quello che ho in sospeso con la vita e poi parto. Cerco di trovare il coraggio di essere me stessa e poi parto.
-Fa caldo!
-Che cosa è rimasto in frigo?
-E poi e poi...quante volte lo hai ripetuto questo " e poi"?
-Smettila.
-No smettila tu!
14 settembre 2010
Nostalgia canaglia
La nostalgia e' davvero una canaglia, spregevole bugiarda che ti attacca alle spalle quando meno te lo aspetti. Non ti guarda mai in faccia, si insinua strisciante dietro un'immagine apparentemente neutra o fra le parole della gente. In un fotogramma, un odore un oggetto o un pensiero serale sfumato.
Fra le lenzuola si annidano ricordi e poesie non dette che rendono la realtà più affascinante di quello che era. Quella realtà vissuta attraverso il filtro della più sfrenata immaginazione.
Eccomi, con la mia tazza di the e il mal di testa a tirare avanti fino a sera.
Questa giornata ha prodotto solo ricordi e una fuga al bazar a comprare degli orecchini nuovi. Sono belli, d'argento con minuscoli zirconi incastonati. Mi donano un aspetto vagamente ottomano, assieme al mio naso adunco, fossi solo poco più scura, magari con la carnagione olivastra e i capelli neri.
E anche quest'anno e' finita. Nostalgia canaglia. Sei riuscita a raggiungermi insieme alla stagione delle piogge, quando l'estate si trasforma improvvisamente nell'anticamera dell'inverno, quando l'Albania inizia ad allontanarsi per lasciare il posto all'umido inverno tedesco.
Mangio poco e bevo the turco tutto il giorno.
Oggi ho visto di nuovo lo zingaro con l'orso al bazar. L'altro giorno erano in mezzo al viale e l'orso gli leccava senza tregua la mano, con dolcezza. Sono anni che li vedo in giro per le vie del mercato. Una fotografia in cambio di qualche lek. Stanno sempre insieme quei due. L'orso che cammina a catena a fianco dello zingaro come se fosse un cane. Mi ha fatto tenerezza l'orso. Ho pensato fosse una crudeltà averlo sottratto alle montagne. Anche lo zingaro mi ha fatto tenerezza.
Anche io mi faccio tenerezza, seduta a questo tavolo pieno di ceramica con la mia tazza di the nero tiepido e terribilmente amaro.
Nessuno però lo ha notato grazie ai miei sfavillanti orecchini nuovi e al mio intrigante sorriso ottomano.
Fra le lenzuola si annidano ricordi e poesie non dette che rendono la realtà più affascinante di quello che era. Quella realtà vissuta attraverso il filtro della più sfrenata immaginazione.
Eccomi, con la mia tazza di the e il mal di testa a tirare avanti fino a sera.
Questa giornata ha prodotto solo ricordi e una fuga al bazar a comprare degli orecchini nuovi. Sono belli, d'argento con minuscoli zirconi incastonati. Mi donano un aspetto vagamente ottomano, assieme al mio naso adunco, fossi solo poco più scura, magari con la carnagione olivastra e i capelli neri.
E anche quest'anno e' finita. Nostalgia canaglia. Sei riuscita a raggiungermi insieme alla stagione delle piogge, quando l'estate si trasforma improvvisamente nell'anticamera dell'inverno, quando l'Albania inizia ad allontanarsi per lasciare il posto all'umido inverno tedesco.
Mangio poco e bevo the turco tutto il giorno.
Oggi ho visto di nuovo lo zingaro con l'orso al bazar. L'altro giorno erano in mezzo al viale e l'orso gli leccava senza tregua la mano, con dolcezza. Sono anni che li vedo in giro per le vie del mercato. Una fotografia in cambio di qualche lek. Stanno sempre insieme quei due. L'orso che cammina a catena a fianco dello zingaro come se fosse un cane. Mi ha fatto tenerezza l'orso. Ho pensato fosse una crudeltà averlo sottratto alle montagne. Anche lo zingaro mi ha fatto tenerezza.
Anche io mi faccio tenerezza, seduta a questo tavolo pieno di ceramica con la mia tazza di the nero tiepido e terribilmente amaro.
Nessuno però lo ha notato grazie ai miei sfavillanti orecchini nuovi e al mio intrigante sorriso ottomano.
7 settembre 2010
Milojcic e Hourmouziadis
L'abbiamo rubata dal muro della biblioteca di Heidelberg questa foto. Il nostro piccolo atto di terrorismo e di ribellione contro l' archeologia del passato!
Delegittimiamo le vostre teorie sulla preistoria greca e balcanica semplicemente staccandovi dal muro!
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