Recentemente mi è capitato di parlare di Heidelberg con un amico, e allo stesso tempo di rileggere dei post sulla mia benodiata cittadina tedesca, scritti in vari momenti di questi lunghi 3 anni passati a vagare per i Balcani. Non riesco a smettere di pensarci. Ad Heidelberg e ai Balcani. E alle parole del mio amico.
Sono stata cattiva con Heidelberg, non sempre ma la maggio parte delle volte. Ne ho parlato male, l'ho disprezzata profondamente e usata come termine negativo di confronto con i miei benamati Balcani. L'ho derisa e presa a calci, approfittandone però sempre quando ho potuto.
Ma senza Heidelberg non ci sarebbero mai stati i Balcani. Spesso tendo a scordarmi il perché sono approdata in questa oscura (per chi non lavora all'università) cittadina, quasi al confine con la Foresta Nera: proprio per avere la possibilità di continuare a lavorare nei Balcani.
Senza Heidelberg e senza dottorato non ci sarebbero stati i 2 mesi in Albania ogni anno, non ci sarebbe più stata la Macedonia e nemmeno la Grecia. Grazie ad Heidelberg sono stata ad Atene in un allegro giugno greco fatto di polizia chiacchiere e sole; e ho passato a Thessaloniki 3 mesi invernali meravigliosi. E sempre grazie ad Heidelberg che sono andata a Parigi e che ho avuto la possibilità di continuare a fare ricerca. Grazie al contrasto con Heidelberg grigia d'inverno che amo i Balcani pieni di caldo e cicale d'estate. I miei cocci, tutti, li devo ad Heidelberg.
Quest'estate mi hanno paventato la possibilità di un lavoro a tempo indeterminato (o almeno per molti anni a Korçë). Ho chiuso gli occhi e mi sono messa a pensare alla piana bianca d' inverno, alla immobile solitudine che mi avrebbe rosicchiato l'anima qui fra le montagne. Korçë d'inverno. Il nulla silenzioso della neve lasciato dagli emigrati che tornano in Italia o in Grecia a lavorare. Un paesaggio fatto di pochi vecchi stanchi e giovani contadini a cui hanno rifiutato il visto. Non c'è nulla di poetico nelle montagne albanesi d'inverno, solo tanta gelida asprezza.
I Balcani sono sempre stati il luogo della mia solitudine sentimentale. Li ho girati in lungo e in largo ma sempre da sola. In Macedonia sono stata da sola. Ho passato a Salonicco 3 mesi da sola: io con i miei cocci e la città. Stesso discorso in Albania. Quando sono nei Balcani sono tutt'uno con il paesaggio, con il cielo, il mare o la montagna, con i miei amati cocci e ruderi vari, ma non con le persone.
Guardo quasi ogni sera il tramonto, quando finisco di lavorare al Museo di Korçë. Da sola mi arrampico dietro alla montagna e mi perdo nella mia solitudine color indaco, screziata di sangue e zabaione del cielo.
A causa dei Balcani ho perso l'amore. Me lo hanno succhiato via dalle vene goccia a goccia, fino a far rimanere un vuoto colmato da brutte schegge di terracotta. I Balcani sono il mio rifugio, la mia meta di fuga preferita. Quando non tollero il confronto con me stessa fuggo lì perché so che nessuno giudicherà la mia carriera accademica o la qualità del mio lavoro. Mi giudicheranno per i miei tatuaggi o perché non sono sposata, che sono cose che ovviamente non mi toccano in alcun modo. Ogni volta che sono fuggita da me stessa sono corsa a rifugiarmi qui, e negli ultimi anni è diventata una dipendenza devastante.
Mi è iniziata a piacere Heidelberg quando ho smesso, per la prima volta dopo almeno 6 anni, di fuggire e ho ricominciato ad amare. Pedalo veloce con la nebbia che mi entra violenta nelle narici e guardo paesaggi mai visti, nuvole umide che si spostano lungo il crinale della collina, l'orizzonte verso il Reno.
Mi ero dimenticata che le sorgenti del Danubio si trovano qui in Germania, pochi chilometri a sud da casa mia, nel cuore profondo della Foresta Nera.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento